Sembrerà strano, ma la maggior parte dei contribuenti ha molti dubbi sugli aspetti principali della pensione. Eccone alcuni, con le relative “soluzioni”.
La pensione è la retribuzione versata agli ex lavoratori, in seguito alla conclusione della loro vita lavorativa.
In Italia, vi sono vari tipi di pensione, che variano in base a molti fattori, come la Gestione previdenziale di appartenenza e la specifica categoria a cui il contribuente appartiene. Quali sono le cose più importanti da sapere sull’assegno pensionistico? La domanda può sembrare banale, ma, in realtà, è molto più complesso di quanto si possa immaginare trovare delle risposte precise.
Di seguito, dunque, proponiamo i dubbi più frequenti che affliggono i contribuenti italiani.
Senza dubbio, la domanda più diffusa tra i lavoratori riguarda la data in cui è possibile accedere alla pensione. La legge prevede due specifici requisiti, uno anagrafico ed uno contributivo. Attualmente, infatti, è necessario che, per usufruire della pensione di vecchiaia, il contribuente maturi almeno 67 anni di età e 20 anni di contribuzione.
Vi sono, però, delle eccezioni. Gli addetti ai lavori gravosi possono, ad esempio, andare in pensione a 66 anni e 7 mesi di età e 30 anni di contributi, mentre coloro che rientrano interamente nel regime contributivo, a 71 anni di età e con 5 anni di contributi.
I requisiti per poter andare in pensione vengono aggiornati ogni 2 anni, sulla base dell’aumento dell’aspettativa di vita; tuttavia, per i bienni 2021-2022 e 2023-2024, non è stato introdotto alcun adeguamento dell’età pensionabile e, dunque, i presupposti per smettere di lavorare saranno quelli attuali.
A partire dal 2025, invece, dovrebbe essere previsto un aumento, collegato alle rilevazioni ISTAT. Le uniche pensioni a non subire il cambiamento saranno quelle anticipate, i cui requisiti sono stati confermati fino al 2026.
Infine, dal 1° gennaio 2023 al 31 dicembre 2026, i lavoratori precoci possono andare in pensione con 41 anni (ossia 2132 settimane) di contributi.
Un altro interrogativo molto diffuso riguarda le modalità di calcolo utilizzate per stabilire l’ammontare finale dell’assegno.
Innanzitutto, bisogna specificare che il metodo di calcolo varia a seconda delle retribuzioni percepite e degli anni di contribuzione posseduti, prima o dopo le due riforme del sistema pensionistico del 1995 e del 2011.
In generale, sono 3 i sistemi adottati nel nostro ordinamento:
Leggi anche: “Sistema contributivo per il calcolo della pensione: attenzione, è ufficiale: ecco da quando sarà in vigore?”
Il cd. tasso di sostituzione è un termine molto utilizzato in relazione alla pensione ed al suo calcolo. Esso consiste nel rapporto tra la prima rata della pensione e l’ultimo stipendio ricevuto. Molti contribuenti, però, pensano erroneamente che esso consista nel rapporto tra i contributi versati e l’ammontare della pensione.
Il tasso di sostituzione è commisurato dalla Ragioneria Generale dello Stato ed è un elemento molto importante, perché permette di capire il potere d’acquisto del pensionato e scoprire se l’assegno a cui ha diritto sarà effettivamente sufficiente per svolgere una vita dignitosa. Se così non fosse, infatti, potrebbe essere utile l’iscrizione presso un Fondo pensione.
Il TFR (Trattamento Fine Rapporto) è una cifra che viene versata al lavoratore, al termine della propria vita professionale. Nel settore privato, spetta tramite liquidazione integrale ed immediata, mentre nel settore pubblico è versata a rate.
Il TFR è maturato durante l’intera carriera lavorativa e dipende, dunque, dal periodo nel quale si è lavorato e dai redditi percepiti (mediante trattenute in busta paga). Inoltre, la legge stabilisce l’erogazione alla fine della carriera se il lavoratore sceglie di lasciare nell’azienda le proprie quote, oppure il versamento è affidato ad un Fondo pensione se si sceglie per una forma di pensione complementare.
Infine, le tipologie di calcolo e le modalità di fruizione del TFR sono previste dall’art. 2120 del Codice civile.
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