La riforma pensioni è al momento rinviata al prossimo Governo, ma non mancano i contributi di chi intende individuare i principi cardine da seguire, per superare la legge Fornero ed avere una riforma condivisa, chiara ed equa.
La riforma pensioni avrebbe dovuto essere obiettivo dell’agenda del Governo presieduto da Mario Draghi, ma le vicende delle ultime settimane – com’è noto – hanno portato alle nuove elezioni politiche, con il tema previdenziale che è diventato argomento di campagna elettorale.
Ebbene, in questo quadro non mancano però i contributi e le proposte da più parti, che intendono migliorare, riformare e modernizzare un sistema pensionistico italiano che va sicuramente riveduto e corretto. D’altronde su questo abbiamo ricevuto anche gli inviti delle istituzioni UE e c’è di mezzo anche e soprattutto la lista di obiettivi di cui al PNRR.
Insomma, la riforma pensioni continua ad essere un obiettivo primario del Governo, ma certamente non potrà che finire nella lista delle priorità del prossimo Esecutivo, che si insedierà tra poche settimane. Di seguito vediamo alcuni principi generali che, secondo gli esperti di materia previdenziale, dovrebbero costituire il fondamento della prossima attesa riforma pensioni. I dettagli.
L’idea che potrebbe accomunare i vari partiti, lontani su tantissimi altri temi, è quella della flessibilità in uscita, perseguendo davvero l’obiettivo di superare la riforma Fornero. Questo scopo potrebbe fondarsi, secondo le opinioni di illustri esperti in materia pensionistica, sul no alla decontribuzione, in quanto sono proprio i contributi da lavoro a determinare l’ammontare della pensione.
Ecco perché secondo alcuni la decontribuzione per incentivare le imprese a fare nuove assunzioni, potrebbe non essere la via migliore per avere in futuro pensioni più corpose o comunque in grado di garantire il pagamento delle spese quotidiane essenziali.
Decontribuzione significherebbe dunque costringere le giovani generazioni a lavorare di più per avere pensioni migliori. Anche per questo motivo riforma del lavoro e riforma delle pensioni debbono essere allora considerate congiuntamente, in quanto l’una ha riflessi sull’altra e viceversa.
Per quanto detto sopra, non sono pochi i giuslavoristi che sostengono l’idea per cui la riforma pensioni deve essere oggetto di un iter di discussione e redazione, contemporaneo rispetto a quello mirato ad una riforma strutturale del lavoro. Ebbene sì, soltanto così il sistema sarebbe razionalmente riveduto e corretto, salvaguardando la crescita economica – senza che i vincoli finanziari finiscano per rendere molto meno flessibile l’accesso al trattamento previdenziale e molto meno consistente la spesa pensionistica.
Due ampie riforme, combinate tra loro, sarebbero altresì utili ad assicurare la libertà di scelta nell’accesso al trattamento pensionistico. Ebbene sì: non imporre al lavoratore quando andare in pensione, ma dargli il diritto di scegliere. E detta libertà potrebbe essere esercitata a partire da un livello minimo di età e di contribuzione, in considerazione della variazioni della cd. speranza di vita.
Tutto dovrà essere interconnesso – o almeno questa è la speranza di coloro che indicano questi principi come fondamentali per la riforma pensione:
Ciò però non toglie che sono degne di essere confermate e difese le clausole di deroga per alcune categorie, pensiamo ad esempio a coloro che fanno lavori gravosi e usuranti (cd. Ape social).
Non dimentichiamo infine che riforma pensioni e riforma del lavoro possono combinarsi efficacemente tra loro, se viene rispettato il concetto di equità. Quest’ultimo si applica a più ambiti:
Alla luce dei principali punti del dibattito sulla previdenza che stanno emergendo in queste settimane, ecco insomma una serie di indicazioni in materia di principi e criteri di orientamento per una riforma pensioni davvero condivisa, e che possa combinarsi con un altrettanto strutturale riforma del lavoro.
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