Negli ultimi tre mesi, ma soprattutto nelle ultime settimane, i BTP e i titoli di Stato di tutto il mondo hanno vissuto momenti difficili.
Le banche hanno alzato i tassi di interessati e molti sono preoccupi anche per mutui e prestiti. Poi l’inflazione non dà tregua anzi aumento ogni giorno di più.
Di conseguenza i rendimenti dei titoli di Stato sono crollati, dopo il periodo positivo vissuto nel trimestre aprile, maggio e giugno quando si aveva il BTP a 10 anni con un eccezionale rialzo.
Settembre si chiude con le scadenze dei titoli di Stato decennali non proprie rosee: Treasury Usa al 3,73%, Bund al 4.51% e BTP al 4,51%. Quest’ultimo 240 punti base più alto del titolo tedesco.
Questi sono i “risultati” ottenuti dopo la bufera scatenata sui Gilt britannici quando il nuovo governo di Liz truss ha deciso di abbassare le tasse. Di conseguenza, sui mercati del reddito fisso la tensione ha rischiato di mandarli in ribasso in modo definitivo.
Ora si stanno cercando nuovi limiti per i rendimenti tanto che gli esperti bancari rivedono i conti cercando di adeguarsi e attendendo, nello stesso tempo, le mosse delle banche centrali.
Ad esempio, Unicredit pensa che la Federal Reserve, nei primi tre mesi del 2023, possa rialzare il costo del dollaro al 4,75%. Se così fosse i titoli a 10 anni potrebbero raggiungere gli stessi picchi di rendimenti attuali: Treasury Usa al 4% e Bund a 2,30%. Le previsioni erano del 3,3% per i primi e dell’1,65% per i secondi.
In Italia la situazione è un po’ più complessa anche se i BTP non hanno provocato grossi danni dopo le elezioni del 25 settembre. Ma gli investitori sono sicuri che qualcosa succederà nei prossimi mesi.
Tra l’altro, sono proprio questi che, essendo scarichi di titoli italiani a lungo termine, aspettano fiduciosi le nuove emissioni degli ultimi mesi del 2022 con un’offerta negativa. Tra l’altro, la flessibilità utilizzata dalla Banca centrale europea (BCE) nel reinvestire i titoli, dopo che erano esauriti i programmi di acquisto, ha fatto in modo che si evitasse lo spread.
Anzi, secondo Sphia Salim ed Erjon Satko di BofA Securities, il sostegno della BCE, anche se in modo “silenzioso” ha favorito i titoli di Stato italiani. Infatti, avvertono che «se non si considerasse l’effetto dei reinvestimenti del piano pandemico Pepp lo spread BTp-Bund viaggerebbe già su livelli ben superiori a quota 300».
In molti però sperano che le politiche fiscali del nuovo governo sia simili a quelle adottate dal ex premier Mario Draghi.
Ritornando a parlare di rendimenti, vista la situazione attuale appare difficile che i BTP 10 anni possano continuare a stare sotto il 5%. Questo perché nei giorni scorsi hanno rischiato di salire. Quindi, si prevede che all’inizio del 2023 i BTP arrivino a toccare livelli più vicini al 5,5%. Di conseguenza, per il dipartimento del Tesoro potrebbe essere arduo collocare titoli dal “valore” molto più alto di quelli già collocati oltre l’ammontare necessario.
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