Il Fisco monitora i conti correnti degli italiani utilizzando l’anonimometro. Vediamo quale comportamento fa scattare i controlli immediati.
I cittadini non sono liberi di utilizzare i propri soldi come più desiderano. C’è il Fisco a controllare le operazioni per individuare casi di evasione fiscale. Pure l’onesto contribuente è nel mirino dell’Agenzia delle Entrate e deve stare attento agli accertamenti.
A maggio si è tornato a parlare di redditometro ma la questione si è conclusa in fretta. Questo strumento viola eccessivamente la privacy dei cittadini, è come un Grande Fratello che si “impiccia” degli affari degli italiani senza averne la legittimità. Chi pensa di essersi salvato dai controlli non deve gioire troppo in fretta. L’Agenzia delle Entrate può usare l’anonimometro perché questo è considerato uno strumento utile e che non viola la privacy secondo l’Autorità Garante.
Un algoritmo monitora i conti correnti e alla minima incongruenza farà scattare un allarme di rischio evasione. Interverrà, allora, la mano umana del Fisco che verificherà lo stile di vita del contribuente sospetto e deciderà, così, se intervenire o meno con l’invio di una lettera di compliance o l’avviso di accertamento. Ma quando scatta l’allarme?
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Lo sbaglio più grande è prelevare una somma dal conto corrente e poi versarla nuovamente. Il problema nasce dalla presunzione di reddito, una regola che stabilisce come ogni versamento sul conto può essere considerato reddito a meno che il contribuente non possa dimostrare il contrario. Significa che se si versano soldi sul conto corrente l’Agenzia delle Entrate associa quella somma ad un fondo soggetto a tassazione, indipendentemente dall’importo del versamento.
L’unico modo per non pagare le tasse sui soldi versati è dimostrare che derivano da redditi già tassati come una vincita al gioco oppure da redditi esenti come risarcimenti, donazioni, vendita di beni usati. Solo fornendo adeguate prove che convincano il Fisco della provenienza dei soldi allora non si correrebbero rischi. In caso contrario l’AdE potrebbe considerare le somme come reddito non dichiarato ossia derivante da lavoro in nero.
Scatterebbero, quindi, sanzioni e tasse. In sostanza, sembrerebbe che i prelievi non siano oggetto di controllo da parte del Fisco ma i versamenti sì. In realtà questa affermazione non è del tutto vera. Se si dovessero prelevare più di 10 mila euro al mese la banca informerà l’AdE delle operazioni e in automatico scatterebbero i controlli.
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